L’evoluzione dei docs si chiama Workflowy

Una volta c’era il blocco note, poi è arrivato Word coi suoi font, le sue formattazioni… Google qualche hanno fa ha messo tutto nella cloud e così i nostri doc, excel, pp, etc… abbiamo iniziato ad aggiornarli da casa, da lavoro e in mobilità ma TUTTI hanno continuato a ragionare da macchine. Tutti hanno mantenuto l’impostazione che io chiamo “da bella copia” ossia puoi scrivere, modificare, tagliare e incollare ma devi avere bene in mente quale sarà la struttura del documento e hai sempre sott’occhio tutto quanto scrivi: titoli, sottotitoli e paragrafi.
Ma qualche giorno fa ho scoperto qualcosa di molto più evoluto dei tradizionali programmi di videoscrittura; si chiama Workflowy e per la prima volta ragiona proprio come me e mi fa fare la “brutta copia” di ciò che voglio scrivere, dandomi la possibilità di evolverla a poco a poco e farla diventare “bella copia” nello stesso documento.
Forse è un po’ contorta come spiegazione ma Workflowy ti permette di impostare un documento seguendo il flusso di idee che hai nella tua mente. Che significa? Significa che puoi inserire punto a punto i tuoi concetti, i sottoconcetti e decidere se espanderli con dei paragrafi o aggiungere delle note, segnare quali punti hai completato, quali sono incompleti. Spostare un concetto da un punto ad un altro semplicemente trascinandolo e scrivere un intero documento: un progetto, una relazione o perfino un libro.
Per me è stata una grande scoperta perchè mi ha permesso di replicare quello che di solito facevo su mille foglietti, liste, post-it con frecce, asterischi e note. Con Workflowy puoi gestire il flusso dei tuoi pensieri facilmente creando una vera e propria alberatura dei concetti: dal macro al micro.
Puoi pure decidere di creare un workflow condiviso e amici o colleghi possono apportare il loro contributo al documento; una funzionalità che ha già Google Docs ma che in Workflowy viene facilitata visivamente grazie ai “collapse”. Naturalmente… è tutto “on the cloud”! 😉


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Mi affitti l’auto? GetAround!

Un’idea su cui sono rimasta parecchio a riflettere e ancora non so rispondermi alla domanda: può funzionare? Ma io lo farei?
Si tratta di GetAround, un servizio di car sharing peer to peer che offre la possibilità di affittare la propria auto alla community di iscritti al sito.
In questo modo se si possiede un’auto e la si usa poco o solo in alcuni periodi dell’anno/della giornata si può decidere di affittarla per una tariffa oraria a chiunque la necessita per lavoro, vacanza o per spostamenti imprevisti.
Il principio alla base di un progetto come GetAround è geniale e basato sul concetto “io ho una cosa che non uso appieno perciò la dò in locazione a chi ne ha bisogno monetizzando il mio bene”.
Non si tratta quindi di solidarietà o di fare la carità ma di sfruttare il potenziale di un bene tra proprietario e usufruttuari.
La prima immagine che mi è venuta in mente pensando ai possibili vantaggi di questo servizio è quando si va in un’altra città per un breve periodo e anzichè affittare un’auto dagli autonoleggi o prendere un taxi ci si potrebbe rivolgere a un privato che ad un prezzo inferiore può lasciarci la sua auto per il tempo necessario.
Oppure, sempre nelle grandi città, se non si usa l’auto per andare al lavoro e quindi non la si possiede si può avere bisogno di una macchina per andare a far la spesa o per recarsi in un centro commerciale…. o ancora penso a tutti quelli come me che vanno al lavoro in macchina e lasciano l’auto 9 ore in strada inutilizzata… perchè non affittarla a qualcuno che abita nella zona e deve recarsi fuori città in giornata o ha una visita in ospedale?
E fin qui solo vantaggi ma poi si pensa: e se fa un’incidente con la mia macchina? E’ vero che se si effettua la transazione tramite il sito si ha anche un’assicurazione sul veicolo se guidato da un nuovo conducente però il danno comunque rimane con i conseguenti sbatti dal meccanico…
E poi ci sono sempre i dubbi legati a quello che il locatario potrebbe fare sulla nostra macchina o con essa…. se la usa per una rapina? e se la usa per andare in camporella? …
Forse basterebbe soltanto diminuire un po’ il senso di proprietà che ci lega agli oggetti e vederli solo per ciò che sono e per lo scopo a cui servono…


Yelp e Foodspotting: le socialguide locali

Vorrei segnalare due servizi veramente utili e (incredibile ma vero!) attivi anche qua in Italia.
Si tratta di Yelp e di Foodspotting.
Il primo è un grande aggregatore di opinioni su piccoli business e servizi locali: dentisti, parrucchieri, elettricisti, idraulici, albergatori, etc…
E’ nato nel 2004 e negli Stati Uniti ha avuto un grande successo accumulando nel tempo 22 milioni di recensioni su piccoli business locali.
Il servizio si sta diffondendo anche in Italia ed è già possibile leggere qualche recensione per servizi nelle grandi città.

 

Foodspotting invece è molto simile a Yelp come filosofia ma si concentra su una nicchia nel panorama delle recensioni: la ristorazione.
L’invito che viene fatto agli utenti è quello di recensire i piatti proposti dai ristoranti in cui si recano suggerendo il piatto migliore, il preferito. L’impostazione del sito è quindi positiva: non critiche negative ma promozione del cibo più buono assaggiato in un locale.
Come si cita in home page “persino un ristorante a una stella può cucinare un piatto buonissimo per cui valga la pena andarci”.
Foodspotting è sicuramente più innovativo ed accessibile rispetto a Yelp; è disponibile infatti sul web e ha un’applicazione per i più diffusi dispositivi mobili (IPhone, Windows, Android e Blackberry). Il numero di utenti è in continua crescita, anche grazie all’integrazione con Facebook per il login.

What is Foodspotting? from Foodspotting on Vimeo.

Yelp e Foodspotting: due servizi che sembrano in competizione ma che allo stesso tempo potrebbero convivere tranquillamente andando a coprire utenti con esigenze diverse.

Erly Collections

A chi non è mai capitato di partecipare a una festa, un compleanno o una vacanza e poi al termine cercare di recuperare le foto fatte dai vari amici in un passaparola di chiavette usb, cd, dvd, dischi esterni, etc…?
A me tantissime volte e anche con i migliori sforzi qualche foto mancava sempre all’appello! Per non parlare poi della pulizia da fare una volta recuperate tutte le immagini: scartare i doppioni, riordinarle, rinominarle e finalmente decidere se e quali stampare.Questo incubo sembra finalmente essere giunto alla fine! E la soluzione si chiama Erly.

Erly è un servizio lanciato settimana scorsa da una start up di Menlo Park in California ed è costruito intorno al concetto di “collezione”.
Una collezione è una raccolta di foto, immagini, note, video, links che chiunque può iniziare su Erly (facendo il login con l’account di Facebook) e decidere se rendere pubblica o privata invitando gli amici ad aggiungere il proprio materiale.
In questo modo si può creare una cronistoria di un evento con tutto il materiale che lo riguarda e i commenti/le impressioni dei partecipanti senza perdersi nemmeno una foto o un video!
Erly è perfetto non solo per gli eventi privati ma anche per quelli pubblici; pensate a una manifestazione: l’organizzazione può creare una collezione e chiedere a tutti i partecipanti di dare il proprio contributo. Il materiale che testimonia un evento viene così raccolto da varie fonti in un unica grande collezione consultabile da tutti anche a distanza di anni.
Il potenziale della condivisione e della copartecipazione in Erly si può manifestare appieno!

Ecco il video di presentazione:

Erly Collections from Erly on Vimeo.


Terracycle: niente e’ perduto!

Vi sono rumours che stia per arrivare in Italia e in Europa TerraCycle.
Per chi non la conoscesse TerraCycle è un’azienda di Trenton (nello stato di New York) fondata nel 2001 da Tom Szaky, un ventenne di Princetown con il sogno di creare nuovi prodotti da ciò che tutti gli altri quotidianamente scartano.
Iniziando col produrre fertilizzante, Terracycle è passata alle borse, giocattoli, articoli per la scuola e l’ufficio, orologi e attrezzi da giardino.
La materia prima per la produzione di questi oggetti viene fornita direttamente dai consumatori che sono invitati a selezionare la propria spazzatura e ad inviarla gratuitamente all’azienda, ricevendo in alcuni casi anche un guadagno per ogni pezzo inviato (da $0,02 a $5,00).
Sul sito è consultabile la lista dei prodotti accettati, e sono davvero tanti!
Ci sono i sacchetti delle patatine, le confezioni di dentifricio Colgate, i tappi di sughero, i cartoni di succo di frutta, i cellulari, i pc e persino le infradito!
Per ogni categoria è indicato l’ammontare di dollari che si possono guadagnare e i punti di raccolta o le modalità di spedizione degli oggetti.
Io spero davvero che TerraCycle sbarchi presto in Europa o che almeno qualche imprenditore nostrano decida di intraprendere lo stesso business anche da noi.

Udemy – The Academy of You!

Udemy.com è un perfetto esempio di sharing knowledge che funziona.
Il sito infatti raccoglie e offre corsi on-line di vario genere. Un esempio?
Learn Salsa in 5 hours and dance   
HTML & HTML 5
Healthy Living for a Busy Life
Music Essentials for Church Musicians
Jewelry Making

Il sito è piacevole graficamente e la navigazione tra le varie tematiche e i video è molto semplice e intuitiva con la possibilità di costruire corsi composti da più lezioni, commentare i video, lasciare una valutazione e naturalmente condividerli sui più noti social network.

Al di là però dell’usabilità trovo che sia geniale l’idea di fondo che come sottolineano anche i creatori del servizio è quella di stravolgere e democratizzare il mondo dell’educazione permettendo a chiunque di insegnare ed apprendere sul web.
Così come i blog hanno reso più democratica l’editoria così Udemy permette a milioni di esperti da qualsiasi parte del mondo di insegnare e condividere con tutti le proprie conoscenze.
Andrà ciò a minare la qualità dei contenuti e degli insegnamenti? Io credo di no; di certo non tutti i contenuti saranno qualitativamente rilevanti (così come non tutti i blog offrono testi di alto spessore giornalistico e letterario) ma il valore che la diffusione di tali conoscenze a un numero sempre maggiore di persone porterà andrà certamente a compensare la circolazione di qualche contenuto spazzatura.
E poi non dimentichiamoci il potere che gli stessi utenti hanno nello scegliere quali contenuti condividere attraverso i social network e che gli stessi motori di ricerca (come Google con l’update Panda) hanno nel premiare i contenuti di qualità determinando il ranking nei risultati delle ricerche organiche.

Zipments e tutte quelle belle idee che in Italia non vengono ascoltate

Dopo un po’ di giorni di assenza su questo blog, ritorno con un post di sfogo.
Non voglio far polemica ma ancora una volta ho avuto la prova di come questo Paese sia inadatto per fare innovazione, essere creativi e di conseguenza non sia possibile nemmeno fare business.
Di storie di fuga di cervelli ed economia bloccata ne sono pieni i giornali ma per una volta posso testimoniarlo in prima persona e confermare che è tutto vero: l’Italia è un Paese per raccomandati e figli di papà, chi ha delle buone idee deve emigrare se vuole svilupparle.
Stamane navigando ho trovato questo sito, appena nato negli Stati Uniti: www.zipments.com che si propone come una piattaforma di social courier ossia come un sistema alternativo alla posta tradizionale dove chiunque può essere il “trasportatore” e ricevere un compenso in cambio.
Bene, esattamente un anno fa io e altri 3 ragazzi (Attilio, Elisa e Cesar) abbiamo presentato il medesimo progetto alla Start Cup Piemonte chiamandolo “Sokku”.
Abbiamo fornito tutta la documentazione necessaria, il business plan, l’analisi di mercato e uno studio sulla fattibilità tecnica del progetto nonchè tutte le implicazioni legali e di sicurezza che un servizio come questo comportava (e le soluzioni).
Il comitato esaminatore del progetto (promosso dall’incubatore di imprese del Politecnico di Torino) ci disse che l’idea era buona e ne avremmo potuto parlare con i loro esperti per approfondirla.
Questo esattamente un anno fa.
Da allora nonostante le nostre mail per fissare un incontro, non ci hanno più dato risposta e altri progetti sono stati premiati alla Start Cup e hanno avuto accesso ai finanziamenti.
Ora le domande che mi pongo sono queste:
– perchè in Italia Sokku non è stato considerato valido?
– forse è stato considerato troppo innovativo per il nostro Paese?
– quante altre idee di giovani italiani vengono scartate o sottovalutate da chi deve sostenere i progetti di innovazione?
– dobbiamo necessariamente emigrare per essere ascoltati?